Da
Padova per Porta Ponte Corvo varcando il ponte S. Nicolò si perviene a Legnaro, col quale il distretto principia.
Questo allegro villaggietto è nomato in un placito del 1055 tenuto
dai Messi regii nel Prato della Valle di Padova. Olderico vescovo il 1076
raffermò al monastero di S. Giustina di Padova la dizione che avea
sulle proprie possessioni in Legnaro, e gli donò la sua chiesa di
S. Biagio con le decime, il quartese, che le spettavano, ed oltracciò la
palude Memora (Nemora), che partiva i beni del monastero da quelli
del Vescovato, onde venne la distinzione di Legnaro del Vescovo e Legnaro
dell'Abbate, che apparisce da uno statuto del 1234 e dura ancora. Altri
terreni vi ebbe
quel monastero dal vescovo Pietro il 1101.
Anche Legnaro fu luogo rilevante nell'età di mezzo con castello
e con Podestà alla testa del suo governo. Quello era posto nella
contrada di Boccadorsaro, detta Boccadorsarium in una legge del 1234, e
lo teneano i Picapra, che avevano anche in Padova una casa fortificata
tenuta inespugnabile. Venne più tardi in potere della Republica
Padovana; indi fu rovinato dagli Scaligeri (1318), ristaurato da Francesco
I da Carrara (1372) e distrutto l'anno vegnente da Alberto di Correggio
capitano dei Veneziani. I Podestà di Legnaro per la legge del
1276 riceveano lo stipendio di lire 30 per semestre. Vi ebbe la podesteria
nel
1221 certo Enrigino giudice.
Oltracciò mostra l'antica importanza di Legnaro l'antedetta sua
chiesa parocchiale di S. Biagio, che noverava niente meno che ventisette
benefizi chericali, oltre al benefizio del rettore. Nel 1427 papa Martino
V ridusse quei ventisette benefizj a soli nove, che vent'anni appresso
furono convertiti al mantenimento della chiesa da papa Eugenio V. Poscia
papa Paolo IV (1557) obbligò il monastero di S. Giustina patrono
a tenervi due sacerdoti col titolo di vicarj perpetui, ognuno col beneficio
di 60 ducati per anno. Durarono questi fino a che visse il monastero. Oggi
la chiesa è di patronato regio e la governano un vicario perpetuo
e due cappellani curati. Ne sosteneano i monaci il mantenimento per un
terzo della spesa, e ne permisero la ricostruttura al Comune, principiata
il 20 aprile 1779, onde risultò più ampia e grandiosa, ad
una nave, con elegante facciata. Ha un colossale tabernacolo di marmo sovra
l'altare maggiore; e nella mensa di questo è scolpito il pellicano
che pasce i piccini, tra le tavole della legge ed altri simboli religiosi,
opera commendevole di Giovanni Fusaro, che vi pose il suo nome.
Sparve lo spedale di S. Maria, che avea cinque letti, ed era ministrato
dalla fraternita del titolo stesso. Ne rimase la chiesetta, ampliata nel
secolo scorso. Inoltre le Visite vescovili ci ricordano gli oratorj del
sacerdote Montan (1778), della Luchese Priuli Zambelli (1822), del Businello
(1752-1822), di Parmesano Santi (1701), distrutto innanzi il 1752 e la
campestre di S. Maria del Bolparo eretta da Antonio ed Enrico Volparo,
volgarmente Bolparo, per testamento del loro padre Lorenzo nel 1333.
I Businello vi hanno ancora villeggiatura, nella quale trovi una copiosa
collezione di vetuste lapidi, statue romane e greche, frammenti di statue,
rilievi bellissimi in marmo, colonnine, frammenti di cornici, capitelli
di colonne, un rilievo finitissimo figurante un uomo che stringe la mano
ad una matrona seduta, idoletti, una statua acefala di porfido, un busto
in basalto, vasi etruschi ed altre pregevoli anticaglie. Faceano parte
del rinomato Museo Nani di Venezia, del quale esiste la illustrazione a
stampa.
Questo villaggio ci diede Zilietto da Legnaro sarte che fu anziano
in Padova il 1265. Il Rezzonico per vistarlo pernottò nella
casa appellata corte dei monaci di S. Giustina (3 ottobre 1752).
Gli abitanti della parocchia, oggi 3165, erano soli 800 il 1580. Parecchi
vivono comperando da altri villaggi i polli, e spacciandoli altrove,
segnatamente in Padova. Vi hanno più terre il cav. Silvestro Camerini successo
a quei monaci, e Lodovico nob. Folco. La contrada Scandalò di Legnaro è ricordata
in un documento del 1178, col quale Bartolommea moglie ad Albertino da
Baone donò al monastero di S. Stefano di Padova, ponendo sopra
il suo altare l'istromento della donazione, due poderetti siti in quella
contrada.
(Da: Il territorio padovano illustrato per Andrea Gloria, v. 3, P. 274-277.
- Padova : Prosperini, 1862)
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La Corte Benedettina
rappresenta il monumento più prezioso
e significativo della comunità di Legnaro, centro economico, sociale
e culturale del paese, sorta nel 400 per iniziativa dei Monaci di santa
Giustina di Padova e cresciuta nei secoli con l'aggregazione di edifici
successivi.
All'inizio del 500 venne completata l'ala di Nord-Est con la
parte residenziale per i Monaci e quella destinata a magazzino, precedute
entrambe da
un portico; tutta l'area della corte fu cintata da un muro con torre
Colombaia
a ovest. Nel 1717 fu riedificato il muro di cinta e forse alla metà del
secolo vennero prolungate le ali su via Roma e via Orsaretto.
Nel 1810,
soppresse le corporazioni religiose, la corte passò allo
stato che la vendette nel 1837 a Ermanno Todesco, un banchiere e
imprenditore ebreo di Vienna.
Nel 1841 fu edificata l'ala ovest con la stalla e il
fienile e nel 1852 il prolungamento della ala nord su via Orsaretto
con la filanda.
Morto nel 1844 Ermanno Todesco, i figli nel 1854 vendettero
la tenuta di Legnaro e polverara di 5737, 16 campi al Conte Silvestro
camerini.
La corte passò nel 1934 da Paolo camerini alla società l'anonima
imprese agricole, nel 1949 alla conduzioni immobiliari società per
azioni e nella 1958 ente nazionale Tre Venezie.
Alla soppressione dell'ente,
divenne proprietà della regione
che la assegnò in parte all'ESAV ( ente per lo sviluppo agricolo
del veneto e ora veneto agricoltura), in parte al comune di Legnaro per
attività culturali e sociali.
L'ESAV decise di collegare la corte
al vicino polo tecnologico "Agripolis" e
promosse nel triennio 1994-96 il restauro della"ex-filanda" e
delle stalle destinate all'animazione scientifica e organizzativa,
alla dimostrazione e diffusione delle informazioni e e all'accoglienza
di
operatori e ricercatori.
Il comune di Legnaro affidò nel 1986 a uno studio di Padova il
progetto di restauro della alla più antica di Nord-Est, ma
i lavori, cominciati nel 1987, furono sospesi per gravi problemi
strutturali.
Alla
fine del 1997 ed ebbe inizio, a cura della regione veneto, una completa
ristrutturazione statica e architettonica del complesso che
si concluse nella 1999.
I quattro corpi del fabbricato di circa 2000 mq. di superficie, ospitano
oggi il centro di formazione e divulgazione corte benedettina, oltre
a iniziative promosse e dai diversi soggetti del sistema agroalimentare
veneto.
Il comune di Legnaro ha in uso una parte del lato est con l'ampio
salone per la biblioteca e due vani per le attività culturali.
Il nucleo più antico del complesso, risalente al XV secolo,
si articola a forma di L sui lati nord e est (fino alla zona porticata).
i due blocchi sono collegati all'esterno su via Roma da una ampio
portico preceduto da una scala.
La palazzina a nord ha un piano terra di 320
mq diviso in otto vani, un cantinato con volte a botte e al primo piano
un ampio locale con tetto
a capiate, sostenuto anche dal due file di pilastri centrali. Sulla
lato Est sorgono due edifici a due piani (il primo di 260 mq con 4
vani e
un portico a pianterreno e 6 celle dei Monaci con soffitto a volta
al primo piano; il secondo di 170 mq, in parte usato come stalla. Un
arioso
portico e un passo carraio danno accesso la corte.
Il complesso, molto
rimaneggiato e alterato nei secoli, possiede ancora preziosi elementi
antichi, ad esempio le eleganti colonnine in pietra
di Nanto con capitelli antecedenti al XV secolo, le tracce di pittura
sul lato interno della palazzina a Est, i soffitti e cassettoni in
legno dipinto in alcune stanze della palazzina a nord e due caminetti
di pietra
ottocenteschi con maioliche dipinte.
E' stata anche recuperata l'antica
chiesetta di santa Giustina, degradata e usata come officina meccanica.
La
corte fu per secoli il fulcro da cui si irradiavano tutti gli interventi
sul territorio riguardanti il lavoro e la salvaguardia
del suolo; qui
si raccoglievano decime, quartesi, onoranze, affitti, qui si ricorreva
per la giustizia e la pietà. Intorno all'ampio spazio centrale
con la pesa e l'aia di cotto si aprivano un tempo stalle, granai, cantine,
fienili, rimesse, magazzini, locali per cedraia, legnaia, allevamento
dei bachi da seta e lavori artigianali.
la potenza economica del monastero e il lavoro della popolazione si
integravano le si manifestavano nella corte, vero momento alla comunità Legnaro,
oggi finalmente richiamato in vita non solo con un restauro conservativo,
ma con nuove funzioni culturali e sociali in armonia col presente.
(Tratto da: M.C. Righetti, Legnaro e il suo territorio,
Ed. Comune di Legnaro, Anno 2000) |